Ida (2013)
regia di Pawel Pawlikowski
Una serie di immagini in bianco e nero ritraggono la vita di un gruppo di suore in un convento. C'è una giovanissima suora che dipinge la statua di un Cristo, che verrà portato fuori il convento e riposto su un piazzale. Nella notte la giovane suora riposta intimamente sul letto, bacia il suo rosario teneramente prima di addormentarsi. La statua del Cristo è sempre lì, oltre le mura di quella stanza, nell'intima oscurità di quella notte.
Ida è un film votato al rigore formale: la regolare composizione delle inquadrature, l'uso di un equilibratissimo bianco e nero, la recitazione minimale (la protagonista del film è un'attrice non professionista e volutamente inespressiva), i dialoghi ridotti all'osso e l'uso della musica extra-diegetica nel finale, sono tra le scelte stilistiche che sposano la poetica del cinematografo di Robert Bresson (più che di Carl Theodor Dreyer, come erroneamente è stato citato dalla critica internazionale). Pawel Pawlikowski ha corso un grande rischio perché ci aveva abituati a tutt'altro (Last Resort e My Summer of Love) e con ciò il presentimento di esercizio di stile è spesso vivo durante la visione del film, eppure a conclusione Ida non si limita alla sua pregiatissima forma, ma è un'opera sentita che apparentemente potrebbe somigliare a un viaggio di formazione, ma la cui assenza di psicologia ci costringe a fare i conti con qualcos'Altro, a una dimensione trascendente. Il percorso spirituale della protagonista matura attraverso una doppia negazione, quella della propria identità perché sua zia Wanda le rivelerà che è di origine ebraica e che il suo vero nome è Ida e non Anna, e quella della vita confinata nel convento, perché spinta dalla ricerca della verità sulla sua famiglia intraprenderà un lungo viaggio con la zia, che susciterà in lei dei grossi interrogativi esistenziali e la porteranno alla scoperta di nuovi sentimenti, come l'attrazione per Lis, un giovane musicista. L'investigazione della famiglia con la zia si concluderà con un'esito raccapricciante: Ida apprenderà il responsabile degli assassini della sua famiglia e finalmente potrà ritrovare i resti dei suoi cari per seppellirli al cimitero. Ida ritornerà al convento, ma il suo è un ingresso (o ritorno) galleggerà sempre nello stesso travaglio spirituale tra la scelta di Dio e il mondo.
La Zia Wanda, in uno dei momenti più poetici e crudi del film, si suiciderà sotto le note di un LP di Mozart, negando anch'essa qualcosa, la propria vita che ormai era ridotta ad un'asfissiante solitudine fatta di depressione e alcol, ma la sua morte assume la forma di un richiamo per Ida che si ritroverà nella sua casa compiendo lo svestimento del suo abito religioso e con ciò di tutta quella parte di stessa che appartiene ancora ad "Anna". Allora sarà soltanto Ida. Liberata dalla morale e dalle tradizioni del convento che le sono stati inculcati fin dalla prima infanzia, deciderà di vivere un rapporto carnale con il musicista Lis. Eppure qualcosa si muoverà dentro di lei, qualcosa che la spingerà altrove. Nel pianosequenza finale, girato con una sorprendente telecamera a spalle, scelta stilistica estranea a tutto il resto del film, Ida è di nuovo in abito religioso e cammina verso l'obiettivo della macchina da presa sullo sfondo di una campagna notturna, mentre autovetture e motocicli viaggiano nell'orizzonte in senso opposto al suo moto. È anche l'unica scena del film in cui interviene la musica extra-diegetica con le note di un piano che suonano il toccante Ich Ruf Zu Dir Herr Jesus Christ di J. S. Bach. Ida non ritorna al convento, si incammina per la prima volta verso l'Altro (Cristo).



